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CASA – Rubem Alves, col quale condivido la collaborazione nella rivista di intercultura Cem Mondialità, ha scritto un libro sulla possibilità di concepire il costruire e il vivere la casa come un eccellente itinerario didattico e pedagogico. Il suo sito internet ha come titolo: La casa di Rubem Alves. Quello del “vivere la casa come fosse una scuola” è una idea originale, che forse qualcuno sta già applicando o che qualcuno vorrà sperimentare. Mi auguro che la collana di CEM-Mondialità ospiti in futuro la traduzione in italiano di questo libro.

CASO – Nei miei viaggi per il mondo sono stato spesso accompagnato dal caso. E il caso mi ha portato in luoghi affascinanti, unici, gradevoli. Luoghi in cui stare era immediatamente piacevole. Fra tutti questi, i luoghi in cui maggiormente mi sono sentito bene sono quelli dove in qualche modo viene esaltata la cosiddetta “terza pelle dell’uomo”, che dopo la propria epidermide e il vestito, è la casa.

CASE – Mi piace ricordare alcuni di questi luoghi.

  1. La casa di Hundertwasser. Nel pieno centro di Vienna, in mezzo ad una città in stile liberty, a cavallo fra il classico e i moderni e spersonalizzanti grattacieli, da una ventina d’anni è una presenza viva la “HundertwasserHaus”. Forme arrotondate, niente “linea retta”, colori, mattoni che hanno una storia, il pittore ecologo e medico degli architetti (come osava dire lui) ha lasciato una traccia viva di un modo di vivere piacevole. E mi verrebbe da definirlo “a misura di bambini”, quindi di tutti!
  2. Le case di terra sulle Ande del Perù. Qui la terra, la terra cruda, è l’elemento primo con cui le persone si “auto-costruiscono” la propria casa. Mi riferisco, in prevalenza, alle case contadine, quelle con un bel tetto di “ichù” (una erba molto forte dell’altipiano) e realizzate o con gli “adobes” (mattoni di terra cruda) o con il metodo dei “tapiales” (cassoni riempiti di terra battuta). Sono case con spigoli levigati da mani callose e anche il letto è di terra.
  3. Santorini. Un luogo magico, le case bianche che si accavallano l’una sull’altra con le cupole semisferiche di un azzurro vivo.  È l’immagine che spesso viene usata dalle pubblicità sulla Grecia. Qualcuno dice che a Santorini esistesse la storica città di Atlantide… poi inghiottita dal mare. L’architetto svizzero Le Corbusier fu estremamente impressionato da questa architettura vernacolare, al punto da introdurne alcuni elementi nei suoi progetti.
  4. Sidi Bu Said. A pochi chilometri dall’antica Cartagine, in Tunisia, Sidi Bu Said è per definizione la città degli artisti. Anche qui dominano unicamente il colore bianco dei muri e l’azzurro di porte e finestre. Una città che si affaccia dall’alto sul Mar Mediterraneo e dove gli artisti plastici trovano la loro fonte di ispirazione.
  5. Casapueblo. In Uruguay, a 100 chilometri da Montevideo c’è Punta Ballena. Qui l’artista Carlos Páez Vilaró realizza una casa-atelier-museo-albergo-ristorante “in contrasto netto contro la linea e gli angoli retti, cercando di umanizzare la sua architettura, facendola più dolce e utilizzando l’idea del forno del pane”. Il risultato: un affascinante e poetico luogo di tranquillità, adagiato come un grande gatto che dorme, di fronte al mare offerto dal Rio de la Plata.
  6. Alberobello. Quanto sono in giro per il mondo e mi chiedono dell’Italia e delle sue bellezze, si va spesso a parlare di mare, di città d’arte, di Roma. Poi immancabilmente si finisce a parlare di Venezia, la città “meraviglia del mondo”. Ma io aggiungo sempre che c’è un altro luogo incredibilmente unico e speciale in Italia: Alberobello. I suoi trulli, le decorazioni, i pinnacoli, le pietre… sono qualcosa di rara meraviglia.

 CASINE –  A Cesena c’è il luogo in cui si producono le “casine”: qui è di casa un profondo sentire che io definisco magico. Tre educatori del Centro di Formazione Lavoro dall’En.A.I.P animano questo spazio di lavoro
 rivolto a persone disabili. Il loro lavoro è quello di coordinare “il flusso di creatività dei ragazzi, incanalandolo in processi produttivi che riescono ad utilizzare anche quelli che potrebbero essere definiti errori di esecuzione, trasformandoli così in elementi caratteristici e di pregio del manufatto”.  Le casine di legno sono il frutto di questa loro attività. Meravigliosi oggetti d’arte e di arredamento. Fra gli operatori c’è l’amico – Carlo Cola –  pittore di gran classe. Scopriamo due anni e fa di essere stati anche a scuola insieme, in 5° elementare. Carlo ha una idea: arrivare con i suoi ragazzi nell’atrio delle scuole, montare una grande casa e “insieme a loro” mettere in piedi l’atelier… giocando, lavorando, dipingendo e costruendo. Una maniera unica per fare formazione e per educare le nostre scuole a non escludere nessuno – anzi – a valorizzare i talenti di ciascuno.

CASINE.IT – Per i curiosi: http://www.casine.it

 

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Sono stato invitato pochi giorni fa ad un incontro nel Comune di Belo Horizonte, sulla esperienza di una scuola d’infanzia. Ero convinto che l’incontro fosse in municipio, ma invece risultava essere a decine di chilometri di distanza. Ho deciso allora di rinunciare alla riunione e di dedicarmi alla ormai rara “arte di girovagare per la città”, sbirciando fra le vetrine e curiosando nel piccoli negozi. Sono entrato in una minuscola bottega. Sembrava una biblioteca di strada. Poi mi sono reso conto che non era affatto una biblioteca, ma una libreria, un piccolo negozio di libri e dischi in vinile usati.

Non avendo più impegni mi sono dedicato a curiosare. Sono stato subito attratto dallo scaffale-settore di libri di pedagogia, e due di questi mi hanno chiamato. L’autore del primo è di A.S. Neill, il fondatore della famosa scuola democratica inglese di Summerhill. Il titolo è intrigante: DIARIO DI UN MAESTRO. In copertina una frase che ci indica il tema di fondo: Riflessioni di un educatore idealista intorno alle regole educative nate dalla burocrazia e che non tengono conto delle reali obiettivi della educazione”. Il secondo è di Paulo Freire e Antonio Faundez. Anche per questo sono attratto dal titolo: PER UNA PEDAGOGIA DELLA DOMANDA. Non è il classico testo accademico, ma la trascrizione di un lungo dialogo fra l’autore brasiliano noto per la cosiddetta Pedagogia degli Oppressi e un filosofo cileno esiliato in Europa ai tempi della dittatura di Pinochet. Un modo aperto di fare un libro, un “botta e risposta” realizzato nella consapevolezza che anche uno stile orale, leggero, affettivo è qualcosa di molto serio e rigoroso. Pedagogia della Domanda mi riporta a Daniele Novara, che negli anni scorsi, con i suoi scritti sulle “domande legittime e illegittime”, ci aveva introdotti sul tema dell’importanza del come si fanno domande.

Non mi sono ancora avventurato nella lettura dei due testi e subito vengo folgorato da una classe di bambini e bambine della scuola d’infanzia, con i quali mi trovo a condividere la visita un una delle affascinanti grotte dello stato del  Minas Gerais. La guida illustra ai bambini la riproduzione identica di uno scheletro di un animale preistorico presente nella grotta: una via di mezzo fra un cavallo, un lama e una giraffa. La guida non ha ancora terminato la presentazione che una selva di mani si alza dai bimbi e dalle bimbe. E inizia una raffica di domande.

Curiosità…, perché…??, ma dove…??, e allora…??

Ripenso ad un anno fa quando andai in Repubblica Ceca con i ragazzi della Scuola Media per una settimana di gemellaggio. Il Preside della scuola ceca, che aveva presentato l’organizzazione e i progetti della scuola, chiese ai nostri ragazzi: “…e adesso fate voi delle domande!” La risposta fu “il silenzio più assoluto!”. Cosa succede nelle nostre scuole?? Perché i bimbi della materna sono pedagogicamente avanzati e sanno fare domande e man mano che si cresce si perde questa attitudine fondamentale all’apprendimento? Spesso nelle nostre scuole italiane è ancora in vigore la pratica didattica della “spiegazione”, “studio individuale” “interrogazione-interrogatorio”.

E nell’interrogatorio ci si vuol sentir ripetere ciò che precedentemente è stato raccontato. L’unica volta che nella mia carriera da Dirigente Scolastico ho assistito in diretta ad una lezione di un docente (e assicuro chi legge che è imbarazzante sia per il professore, sia per il preside!) mi sono ritrovato ad ascoltare, durante l’interrogazione, frasi del tipo “… ma è proprio questo che io ho detto quando vi spiegavo questo argomento?”. “… allora si vede che non sei stato attento: a cosa pensavi!”.

È forse questo educare alla creatività? Far crescere coscienze critiche?

Proviamo insieme a ripensare a quelle volte che per conoscere o sapere qualcosa, abbiamo domandato. La risposta di sicuro l’avremo incamerata e sarà diventata subito nostra! Motivazione, interesse, curiosità, tre molle importanti per apprendere.

Una marionetta di Catin Nardi

GLI INCONTRI CASUALI. C’è un aspetto che difficilmente noi teniamo in considerazione quando trattiamo il tema della emigrazione e dello spostamento dei popoli su questa grande mela che chiamiamo terra. È la questione della definitiva lontananza e quindi della impossibile vicinanza materiale ai propri familiari nei momenti di lutto. Il 15 novembre scorso mi trovavo, insieme a Stefania, a Mariana, una storica cittadina brasiliana dello stato del Minas Gerais. Qui, nelle profonde miniere d’oro, dopo l’abolizione della schiavitù, sono venuti a lavorare anche molti emigranti italiani. E qui, mentre ci stavamo dirigendo in taxi alle antiche miniere d’oro, Stefania intravede una scritta pubblicitaria e mi dice: “guarda che ho visto l’entrata di un Museo delle Marionette”. Tornati dalla Miniera cerchiamo il museo. Ci troviamo davanti ad un locale piccolo ma delizioso. Il museo è gestito da una bella e dolce signora brasiliana che (saputo della mia passione per i burattini) ci accoglie con entusiasmo e da suo marito Catin Nardi, un marionettista trasferitosi in Brasile dalla Argentina. Un minuscolo bar, un laboratorio per la costruzione dei pezzi, un teatrino di marionette da 50 posti, un museo con personaggi stupendi costruiti dallo stesso Catin. Ci porta nel teatro e ci rappresenta dal vivo tre pezzi di un suo spettacolo. Lui è figlio di italiani e suo nonno emigrò nel 1923 dalla campagna italiana. Catin vorrebbe ritrovare le origini della famiglia che ricorda d’essere di Francavilla d’Avila, capire se ci sono parenti in Italia, andarli a conoscere. La nostalgia della terra d’origine della famiglia è una delle problematiche più sentite dagli italo discendenti figli di emigranti. Parlando scopriamo che non è Francavilla d’Avila il piccolo paese della provincia di Ascoli Piceno da cui è partito il nonno, bensì Francavilla d’Ete, dove Stefania, prima di trasferirsi in Romagna, è stata maestra 4 anni e ha avuto fra i bambini un certo Nardi. Bene, ritornati a Belo Horizonte iniziamo i contatti con il Comune e la Parrocchia di Francavilla d’Ete, ritroviamo i dati della famiglia Nardi e scopriamo che del nonno del marionettista Catin è ancora viva la sorella Vittoria, di 97 anni. Tornati per alcune settimane in ferie in Italia, con in mano alcune foto, andiamo a cercare l’anziana signora, nonché i figli e i nipoti. L’emozione e la sorpresa è indescrivibile quando la signora e i parenti scoprono di avere dall’altra parte dell’oceano, nipoti, cugini, pronipoti. Vittoria aveva ricordato spesso nella sua vita in fratello Giulio, che all’età di 17 anni, 86 anni fa, si imbarcò dal porto di Genova per cercare fortuna in America. Vittoria non ha sentito più la voce di suo fratello. Aveva solo ricevuto due foto del matrimonio. Ma poi più nulla. Non sa se aveva avuto figli, non sa quando è morto. Sa solo che era partito per l’America e l’America poteva significare Canada, Stati Uniti, Centro America, Brasile, Uruguay, Argentina. Catin sicuramente tornerà nei prossimi mesi nelle Marche, a Francavilla d’Ete, e porterà con sé, nella valigia, le marionette. Ho saputo nel frattempo che è reputato uno dei più bravi marionettisti brasiliani. Nel repertorio del suo Teatro di marionette c’è uno spettacolo da titolo “La giornata di Peppino”. Peppino è un contadino italiano, emigrante in Sud America, che si sposa una donna di colore e coltiva la terra rossa del Brasile, così come aveva imparato da piccolo nelle dolci colline del Sud delle Marche. A Mariana, quella notte, mi sono svegliato e non sono riuscito più ad addormentarmi. Ero agitato, ma non sapevo il perché. Poi poche ore dopo ho saputo che, nelle stesse ore, è morto mio zio Pippo di Brescia… fratello di mia mamma. Pippo era grande lettore e incredibile raccontatore di storie e vicende autobiografiche della mia famiglia. C’era anche lui quando sono partito da Cesena per il Brasile, alcuni mesi fa. Ho capito in quel momento cosa vuol dire vivere da emigrante, lontano da casa, e non essere vicino ai familiari in occasione di un lutto. Ho ripensato a quando nelle nostre scuole ci lamentiamo che un bambino straniero se ne ritorna a casa per lungo tempo perché nella sua famiglia è morto qualcuno.

Per vedere un pezzo di Catin http://www.youtube.com/watch?v=ZlEro6EWeyM

 

La casa

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la casa e le persone che la abitano (china-inchiostro su tela )

 

Braccia rubate all’agricoltura. Quando alcuni anni fa, durante un incontro fra operatori scolastici, un’insegnante di scuola media superiore, parlando di colleghi, ha usato l’espressione “braccia rubate all’agricoltura”, ho espresso la mia profonda indignazione ad alta voce. Sono figlio di contadini (agricoltori) e da anni, quando entro nelle classi delle mie scuole, sono solito chiedere ai ragazzi chi di loro proviene dalla campagna. Generalmente si alzano poche mani. Poi quando dico loro che essere figli di contadini è una grande cosa e che devono essere orgogliosi di ciò, ecco che le mani aumentano. Nel comune modo di pensare resiste l’idea che essere contadini equivale ad essere ignoranti. Purtroppo è uno dei pregiudizi che ancora oggi la scuola stessa perpetua. Eppure l’arte di coltivare la terra, che, storicamente, è stata fra le più disprezzate, ha tanto da insegnare a tutti noi.

Una piccola riflessione a proposito di orti in ospedale. Prima di morire, mio padre Giorgio, che per tutta la vita è vissuto in campagna facendo l’agricoltore, ha trascorso quasi due mesi in ospedale. Mi è venuto spontaneo chiedermi: perché in ogni ospedale non si organizza un orto? Un orto ben curato, con tanti vialetti e tante aiuole di verdure, ortaggi e fiori. Un orto che abbia anche una bella serra di vetro per l’inverno e una zona dedicata al compost, elemento essenziale per cibare il terreno. Un orto ricco di erbe officinali (dette anche medicinali) e piante che favoriscano la riproduzione e la presenza di farfalle. Un orto con tanti alberi da frutto. Frutti per tutti i mesi dell’anno. Un orto vorrebbe dire, per chi resta pochi o tanti giorni in ospedale, riconoscersi in un elemento essenziale della propria terra, cioè nel luogo in cui viviamo, fatto di storia, di tradizioni, di cultura, di memoria. E così noi tutti (anche chi non è costretto in ospedale) potremmo beneficiare sia della semplice visione di questo piccolo “paradiso terrestre”, sia della possibilità di fare qualche lavoro nell’orto. Forse così avremmo bisogno di meno medicine e guariremmo più in fretta.

La contadinanza

Quanto fin qui detto a proposito della terra mi porta spontaneo al ripensare al concetto di “cittadinanza attiva”. È ormai giunto il tempo che s’inizi a usare anche quello di “contadinanza attiva”. Dal Vocabolario della lingua italiana nella versione Devoto-Oli ecco la definizione del sostantivo femminile “cittadinanza”: “Vincolo di appartenenza a uno stato, richiesto e documentato per il godimento di diritti e l’assoggettamento a particolari oneri”. A livello culturale, a partire dalla Rivoluzione francese, la parola cittadino è diventata sinonimo di “persona con pari e pieni diritti”. “Cittadinanza attiva” è oggi sinonimo di un coinvolgimento nella vita della propria comunità d’appartenenza, assumendo in questa un ruolo di responsabilità e facendo scelte di condivisione. Nel vocabolario non esiste invece il termine “contadinanza” e quindi nessuno ha mai parlato di “contadinanza attiva”. Esiste chiaramente il sostantivo maschile “contadino”, che sta per “chi lavora la terra, specificamente per conto di un padrone. In termini spregiativi: persona rozza e goffa”. Dobbiamo rovesciare questo clima culturale che, ancora oggi, è presente nel mondo scolastico. Essere abitanti o lavoratori della terra non è qualcosa di spregevole. Siamo tutti “contadini di questa terra” e abbiamo tutti “diritto alla contadinanza”.

Chi scrive i sussidiari? Un vero capolavoro letterario, in questo senso, è sicuramente la pagina che i ragazzi della scuola di Barbiana dedicano, in Lettera a una professoressa, alla “cultura contadina”. Sui monti non ci possiamo stare. Nei campi siamo troppi. Tutti gli economisti sono d’accordo su questo punto. E se anche non fossero? Si metta nei panni dei nostri genitori. Lei non permetterebbe che suo figlio restasse tagliato fuori. Dunque ci dovete accogliere. Ma non come cittadini di seconda buoni solo per manovale. Ogni popolo ha la sua cultura e nessun popolo ce n’ha meno di un altro. La nostra è un dono che vi portiamo. Un po’ di vita nell’arido dei vostri libri scritti da gente che ha letto solo libri. Se si sfoglia un sussidiario è tutto piante, animali, stagioni. Sembra che possa scriverlo soltanto un contadino. Invece gli autori escono dalla vostra scuola. Basta guardare le figure: contadini mancini, vanghe tonde, zappe a uncinetto, fabbri con gli arnesi dei romani, ciliegi con le foglie di susini. La mia maestra di prima elementare mi disse: “Monta su quell’albero e coglimi due ciliegie”. Quando lo seppe la mia mamma disse: “O chi le ha dato la patente?”. Avete dato l’abilitazione a lei e la negate a me che d’albero non gliel’ho mai dato a nessuno in vita mia. Li conosco per nome uno a uno. Conosco anche i sormenti. Li ho potati, li ho raccolti, ci ho cotto il pane. Lei su un compito m’ha segnato sormenti come errore. Sostiene che si dice sarmenti perché lo dicevano i latini. Poi di nascosto va a cercare sul vocabolario cosa sono. Anche sugli uomini ne sapete meno di noi. L’ascensore è una macchina per ignorare i coinquilini. L’automobile per ignorare la gente che va in tram. Il telefono per non vedere in faccia e non entrare in casa. Forse lei no, ma i suoi ragazzi che sanno Cicerone di quanti vivi conoscono la famiglia da vicino? Di quanti sono entrati in cucina? A quanti hanno fatto nottata? Di quanti hanno portato in spalla i morti? Su quanti possono far conto in caso di bisogno? Se non ci fosse stata l’alluvione non saprebbero ancora quanti sono nella famiglia al piano terreno. Io con quei compagni sono stato a scuola un anno e della loro casa non so nulla. Eppure non si chetano mai. Spesso sovrappongono le voci e seguitano a parlare come se niente fosse. Tanto ognuno ascolta solo sé stesso. A lei le rombano sotto le finestre mille motori al giorno. Non sa chi sono ne dove vanno. Io so leggere i suoni di questa valle per chilometri intorno. Questo motore lontano è Nevio, che va alla stazione un po’ in ritardo. Vuole che le dica tutto su centinaia di creature, decine di famiglie, parentele, legami? Lei se parla con un operaio sbaglia tutto: le parole, il tono, gli scherzi. Io so cosa pensa un montanaro quando sta zitto e so la cosa che pensa mentre ne dice un’altra. Questa è la cultura che avrebbero voluto avere i poeti che lei ama. Nove decimi del mondo l’hanno e nessuno è riuscito a scriverla, dipingerla, filmarla. Siate umili almeno. La vostra cultura ha lacune grandi come le nostre. Forse più grandi. Certo più dannose per un maestro elementare.

Tratto da LA PEDAGOGIA DELLA LUMACA

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Per una scuola lenta e nonviolenta

A scuola di lentezzaIn questi tempi è di gran moda, nelle case di campagna riabitate dai cittadini,  avere un ulivo secolare in giardino. Peccato che dove oggi si costruiscono ville, un tempo non c’erano uliveti. Se si piantassero piccole pianticelle di ulivo ci vorrebbero anni per avere una bella pianta. Allora esistono ditte specializzate che espiantano ulivi secolari e li ripiantono anche a pochi metri dalla porta di casa. Nessuno ha più il tempo di attendere? Oggi si vuole tutto velocemente. Grazie alla televisone prima, e alle reti telematiche ora, è di gran voga la somministrazione di notizie “in tempo reale”, “in diretta”. Si è cioè convinti di potere di più se si è “in rete” con tutto il mondo attraverso un computer, un telefono o un monitor. A cosa serve tutto questo? Spesso non si sa. Si sa solo di essere collegati con tutto il mondo. Forse si ottiene un grande senso di sicurezza, di protezione, rispetto alla sensazione di “esser soli”. Si vive con il mito incalzante del tempo reale e si sta perdendo la capacità di saper attendere. Chi ha più il tempo di aspettare l’arrivo di una lettera? Oggi è possibile alzare la cornetta e sentire la persona con cui si vuol comunicare in pochi secondi. Che vantaggio c’è nello scrivere delle lettere? Se tutto va per il giusto verso c’è da attendere una settimana. Molto meglio il telefono, la posta elettronica, la chat. Alcuni anni fa, quando ancora non esisteva Internet, Jeremy Rifkin ci ricordava che “… la razza umana si è basata, nel corso della storia, su quattro dispositivi fondamentali di assegnazione del tempo: i rituali vitali, i calendari astronomici, le campane e gli orari, e ora i programmi dei calcolatori. Con l’introduzione di ogni nuovo dispositivo, la razza umana si è staccata sempre più dai ritmi biologici e fisici del pianeta. Siamo passati da una stretta partecipazione ai ritmi della natura all’isolamento pressoché totale dai ritmi della terra…”. Siamo nell’epoca del tempo senza attesa. Questo ha delle ripercussioni incredibili nel nostro modo di vivere. Non abbiamo più il tempo di attendere, non sappiamo partecipare a un incontro senza essere disturbati dal cellulare, vogliamo “tutto e subito” in tempo reale. Le teorie psicologiche sono concordi nel pensare che una delle differenze fra i bambini e gli adulti risieda nel fatto che i bambini vivono secondo il principio di piacere (“tutto e subito”), mentre gli adulti vivono secondo il principio di realtà (saper fare sacrifici oggi per godere poi domani). Mi sembra che oggi gli adulti, grazie anche alla società del consumismo esasperato, vivano esattamente come i bambini secondo le modalità del “voglio tutto e subito”. Sapremo ritrovare tempi naturali? Sapremo attendere una lettera? Sapremo piantare una ghianda o una castagna sapendo che saranno i nostri pronipoti a vederne la maestosità secolare? Sapremo aspettare? Si tratta di intraprendere un nuovo itinerario educativo. Genitori, insegnanti e tutti coloro che ruotano attorno al mondo della scuola, sono stimolati dalle suggestioni offerte dalla pedagogia della lumaca e possono ricominciare a riflettere sul senso del tempo educativo e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento, per una scuola lenta e nonviolenta.

Per chi desidera il libro, contattare: http://www.emi.it