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LA PRIMA ESPERIENZA DA PRESIDENTE DI COMMISSIONE – Quando ho iniziato la mia carriera di maestro di scuola materna mai avrei pensato di ritrovarmi un giorno a presiedere una commissione d’esame di licenza di scuola media (oggi secondaria di 1° grado). Eppure una volta divenuto Direttore Didattico e successivamente – come si dice oggi – Dirigente Scolastico, un bel giorno mi sono trovato di fronte a questa esperienza. Il debutto, una decina di anni fa, è avvenuto in una bella scuola della prima periferia di Cesena. E durante la sessione degli orali i colleghi della commissione (nella secondaria di 1° grado sono i professori stessi della classe) mi annunciarono il candidato successivo come “il peggiore della scuola”. Poiché amo le sfide, la mia risposta fu immediata: “allora lo interrogo io!”. La presenza del candidato era imponente: altezza più o meno quanto la mia (185 cm), robusto e ben piazzato, calzoncini alle ginocchia e una folta peluria alle gambe. Un ragazzo che, se fosse nato qualche decina di anni prima, alla sua età, lo avremmo trovato a mietere il grano o a spaccar pietre in una miniera. Per me fu spontaneo sapere qualcosa di lui e gli chiesi subito dove abitava. “In una casa di campagna” fu la risposta. Lo incalzai per sapere se attorno alla casa c’era un campo coltivato… e la risposta fu affermativa: una piccola azienda agricola di tipo intensivo, tipica della bassa Romagna. Gli chiesi allora se erano i genitori a coltivare il tutto. La risposta fu inattesa: entrambi i genitori erano operai e “a mandare avanti i campi” erano lui e suo nonno. La conversazione si faceva sempre più interessante. “Ma chi usa il trattore e la motozappa?” La ri-conferma fu precisa: il nonno e lui. Poiché era fine giugno e nella campagna cesenate si coltivano ciliege, albicocche, pesche… e ogni varietà di verdure, gli chiesi se era mai stato al mercato ortofrutticolo (forse il più grande mercato all’ingrosso d’Italia). Rimasi di stucco dalla sua risposta: “ci vado anche domattina, con mio nonno!”  Io da piccolo ero stato molte volte con mio padre in quel mercato e così mi venne spontaneo iniziare in quel modo la prova orale. Chiesi al ragazzo di raccontarmi nel dettaglio tutte le operazioni, dal confezionamento della frutta e della verdura a casa, a tutti i passaggi che si sarebbero svolti sotto le tettoie del mercato stesso. Il racconto fu molto preciso e dettagliato: il modo di predisporre frutta e verdura nelle casse, l’arrivo al mercato, l’esposizione delle cassette, la sirena che annunciava l’inizio delle operazioni, i pre-contatti dei mediatori e poi la contrattazione coi compratori ed infine la vendita e la consegna della merce. Il “peggiore della scuola” sfoggiò un linguaggio appropriato, unì le varie questioni facendo i giusti collegamenti, mise a frutto conoscenze e competenze che potremmo definire “storico-tecnico-socio-matematiche”. Insomma, un colloquio che, come vuole la normativa ministeriale, doveva essere multidisciplinare, con la possibilità di verificare le competenze di carattere linguistico/espositive, facendo i dovuti collegamenti. Poi, ricordo bene, ci fu la prova pratica di musica e così ci ascoltammo l’esibizione fatta coi “bonghi”, strumento molto “manuale”, di cui l’allievo era appassionato. Seppi in seguito che quando uscì dall’aula, ai compagni che chiedevano un commento sulla difficoltà dell’esame, se ne uscì con una affermazione lapidaria: “è facilissimo!” Dall’altra parte i professori commentarono il tutto dicendo “ma noi in tre anni non l’abbiamo mai sentito parlare così bene e con tale competenza” e poi “non sapevamo nulla di tutto questo”.

L’IMPORTANZA DI CONOSCERE I PROPRI ALLIEVI – Lo stesso anno mi capitò poi di assistere ad altri due colloqui particolari: un ragazzino figlio di un medico e una ragazzina figlia di contadini, che casualmente avevo avuto come allieva 8 anni prima alla scuola materna. Per il ragazzo la commissione propose, come giudizio finale, un bel “ottimo”. Per la ragazzina la commissione commentò il colloquio definendolo “mediocre”, in sintonia con i tre anni appena trascorsi. Conoscevo bene la situazione di grande isolamento fisico (una casa isolata, in piena montagna e con poche risorse familiari) e culturale in cui viveva la candidata. La famiglia era nata grazie a un matrimonio concordato fra il padre “zitellone” e la madre proveniente da uno sperduto paesino della Basilicata, dove si organizzavano viaggi con autobus “ad hoc”, alla ricerca della possibile moglie. Diedi alla commissione alcune di queste informazioni e sostenni la tesi che dietro il “sufficiente” della ragazzina c’era uno sforzo ben superiore dell’“ottimo” dato al figlio del medico. I commissari non conoscevano minimamente la situazione socio-familiare della loro allieva. .. e si ricredettero sul giudizio dato all’allieva.
Che dire di tutto questo? Forse dovremmo leggere nuovamente “Lettera a una professoressa” che, 45 anni fa, ci ricordava che per insegnare inglese a Gianni bisogna prima di tutto conoscere Gianni.

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In Italia, negli anni 60-70, tutti lo conoscevano per la sua trasmissione NON E’ MAI TROPPO TARDI, un programma di “alfabetizzazione degli adulti”.

Qui lo vediamo nella sua ultima intervista sottotitolata in portoghese, dagli allievi del Corso di Italiano della UFMG.

IL VIDEO DI ALBERTO MANZI

Eretici erranti – Quando Gianni Rodari si rivolge ai genitori e agli insegnanti, nella sua introduzione al “Libro degli errori” (il testo ormai epico di storie e filastrocche basate sugli errori), prende atto che spesso le sue filastrocche dedicate agli accenti sbagliati, ai “quori” malati e alle “zeta” abbandonate, sono state accolte perfino nelle grammatiche. E continua Rodari: Questo vuol dire, dopotutto, che l’idea di giocare con gli errori non era del tutto eretica.

Siamo nel 1964. Nove anni dopo, nel 1973, lo stesso Rodari esce con “Grammatica della fantasia” e non manca di dedicare un capitolo all’errore, all’”errore creativo”. Qui snocciola un serie di esempi in cui dimostra, a proposito dell’arte di inventare storie, che in ogni errore giace la possibilità di una storia.

Il capitolo poi si conclude con una affermazione emblematica: Sbagliando si impara, è vecchio proverbio. Il nuovo potrebbe dire che sbagliando si inventa.

Non a caso fra gli errori che storicamente hanno creato invenzioni troviamo la Nutella, la Coca Cola, lo Champagne Dom Perignon, il Gorgonzola. .. e pare persino la stessa Pizza. E poi i tanti errori di Einstein o la scoperta di rimedi farmaceutici, come vaccini o penicillina. A Parigi lo scorso anno c’è stato anche un Festival interamente dedicato all’Errore. E scopro che nel prossimo novembre, a Torino, ci sarà “Sm-Art Mistakes” un grande festival per ampliare la mente, affinare le capacità analitiche e ispirare la creatività. Si parlerà di “errori intelligenti, mutazioni, fallimenti, disfunzionalità, discrepanze, incidenti, varianti impreviste, scoperte occasionali, estetiche dell’errore, scarto dalla massa, fallimenti progettuali, progetti irrealizzati, disastri, sbagli, imperfezioni, disturbi, appropriazioni, effetti collaterali, lapsus e flop”.

Negli anni ’60 il maestro Federico Moroni, autore di “Arte per gioco” (un vero e proprio resoconto su trent’anni di esperienza di didattica dell’arte) ci invitava a non usare gomma e matita…e a lasciare che anche una goccia di inchiostro, caduta inavvertitamente dal pennino, divenga il primo elemento artistico per un nuovo inaspettato disegno.

Errore didattico – Personalmente ne sono più che mai convinto. L’errore è uno strumento didattico fondamentale. Ultimamente, in occasione degli esami finali della Scuola Secondaria di 1° Grado, nello spiegare agli esaminandi che non potevano usare i cosiddetti bianchetti (pena il possibile invalidamento della prova) per coprire eventuali parole scritte male, ricordavo anche quanto sia importante, visivamente, memorizzare la parola sbagliata… proprio per ricordare che quella è “errata”. Questo non accade con il computer, dove il semplice ctrl+z (control zeta) permette di cancellare per sempre ogni errore grammaticale di ortografia. Ma la cosa che più mi interessa è – per l’appunto – l’errore come risposta creativa, come nuova opportunità che la mente e la mano dell’uomo utilizzano per dare nuove risposte, per cercare nuove soluzioni. D’altronde la regola principale della ricerca scientifica è racchiusa in quelle due parole che sono “per prova ed errore”. – Gianfranco Zavalloni

http://www.pedagogiadellalumaca.org

 SCAGLI LA PRIMA PIETRA CHI NON HA MAI COPIATO! – Copiare è un verbo che nel mondo della scuola ha due significati che potremmo definire antitetici. Ri-copiare un brano sul proprio quaderno, ri-copiare l’esercizio… e poi eseguire un dettato: tutti esercizi di copiatura che hanno avuto fino ad ora un profondo significato “positivo”.  Ma c’è anche un aspetto che il qualche modo colloca il copiare come elemento negativo del mondo scolastico: “hai copiato!!”, “mi raccomando non copiate…”, “vi metto distanti così non potete copiare…”. Sono frasi tipiche che gli insegnanti pronunciano durante una esercitazione, un compito in classe o lo svolgimento di una attività individuale. Ora, io credo che siano poche le persone che, nel corso della propria carriera scolastica, non abbiano fatto l’esperienza di “copiare”. E ci sono persone che, avendo poi raggiunto posizioni professionalmente del tutto invidiabili, hanno ammesso, magari anni dopo, di aver copiato tante volte da uno o più compagni di classe. Insomma, il copiare fa parte dell’esperienza scolastica. Ma non solo. Pensiamo ai grandi artisti e alle loro scuole. Di molte grandi produzioni artistiche antiche tutt’ora si dice “è di scuola….”  e poi si cita il maestro. Ma gli allievi, contemporanei o non, erano talmente bravi che sapevano copiare benissimo lo stile del maestro, da non saperne poi distinguere le mani. E comunque, anche fra i contemporanei, generalmente tutti gli artisti copiano. È la prima fase della loro esperienza artistica. Quella che generalmente precede la fase in cui un artista trova poi il suo stile e si caratterizza.

 SOLIDARIZZARE NELLA SOCIETÀ INDIVIDUALISTA – Nonostante la mia esperienza coi bimbi e le bimbe da maestro si sia conclusa 15 anni fa, devo dire che ho imparato proprio da loro il senso della solidarietà. Ai bimbi e alle bimbe della scuola d’infanzia viene spontaneo solidarizzare con i compagni in difficoltà… e fanno copiare. “Fai come faccio io…”: una frase del tutto consueta per i bambini piccoli, quando ancora la competitività non fa parte del loro DNA. E devo dire che in questa loro spontanea collaborazione ho capito che spesso sono gli stessi studenti i migliori maestri dei loro compagni. Si apprende più facilmente da un compagno, che ha già imparato la regola, che dal docente. E vorrei approfondire segnalando una riflessione che mi nasce spontanea dopo aver ascoltato alcuni anni fa un professore della Università di Venezia, che riferiva di una ricerca effettuata presso le imprese del NordEst italiano. Questa ricerca concludeva evidenziando le due competenze prevalenti che dovrebbero caratterizzare uno studente in uscita dalla scuola superiore (e quindi un potenziale funzionario per l’impresa). La prima competenza dovrebbero essere quella di “di saper argomentare, a voce, su un tema per almeno 10 minuti”. La seconda, di non meno importanza, è quella di “saper lavorare in team”. Ecco, io credo che in una società che da anni è ritornata da esaltare in maniera quasi esasperata le capacità e i meriti di ogni singolo individuo…. affermare che una delle funzioni principali della scuola è “imparare a lavorare insieme” sia importantissimo. Se a scuola ci si dovesse andare solo per apprendere nozioni, sarebbe, a mio parere, tempo sprecato. E riportando ciò al tema del copiare, mi viene da copiare l’inizio di un articolo che Claudio Magris ha pubblicato pochi anni fa sul Corriere della Sera, proprio su questo argomento. Sostiene Magris, usando parole semplici ma efficaci, che “A scuola, come nella vita, ciascuno dovrebbe essere consapevole del proprio ruolo e fare bene la parte che gli spetta.

Anzitutto copiare (in primo luogo far copiare) è un dovere, un’espressione di quella lealtà e di quella fraterna solidarietà con chi condivide il nostro destino (poco importa se per un’ora o per una vita) che costituiscono un fondamento dell’etica. Passare il bigliettino al compagno in difficoltà insegna ad essere amici di chi ci sta a fianco e ad aiutarlo pure a costo di rischi, forse anche quando, più tardi, tali rischi, in situazioni pericolose o addirittura drammatiche, potranno essere più gravi di una nota sul registro”. Più chiaro di così!

Gianfranco Zavalloni

AFFRONTARE E RISOLVERE I PROBLEMI – Dopo 16 anni di esperienza da maestro alla scuola materna, improvvisamente, quasi senza volerlo (e nemmeno sperarlo) mi sono trovato a fare il Direttore didattico. Credo che chiunque, nella propria vita professionale, si sia trovato ad avanzare nella cosiddetta scala gerarchica (passando da un livello inferiore a funzioni superiori connaturate con maggiori responsabilità) abbia poi cercato di affrontare e risolvere le questioni più problematiche vissute nel periodo precedente. Una delle questioni che maggiormente inquietano il mondo dei docenti è la “compilazione del registro”. E questo non tanto nella parte che viene svolta quotidianamente (presenze, assenze e voti per le prove), ma per tutta quella parte relativa a programmi, programmazioni, descrizione della attività svolte, verifiche e giudizi personali.

Su questo ultimo argomento, anche se di fondo condivido il pensiero di Alberto Manzi (www.centroalbertomanzi.it) già dal primo anno come Direttore didattico a Moena, nel 1996/97,  sensibile alle lamentele dei docenti, ho costituito una commissione di lavoro. In poche riunioni il gruppo ha proposto che ogni docente potesse scegliere fra tre ipotesi. Una semplicissima: su uno schema per parole chiave bastava segnare poche x. Una seconda procedura era di tipo discorsivo, ma estremamente sintetica. La terza era quella più ampia, usata fino a quel momento. Il problema era quindi risolto. Una sola nota comica: alcune insegnanti, per paura di sbagliare, invece di sceglierne una, le utilizzarono contemporaneamente tutte e tre!

IL NOSTRO REGISTRO – Più recentemente, nell’Istituto Comprensivo di Sogliano al Rubicone abbiamo elaborato, in collaborazione con la Tipografia Leardini di Macerata Feltria (specializzata in registri), i nostri registri “personalizzati”. Abbiamo scelto per la parte che deve restare all’archivio della scuola un registro semplicissimo con elenco degli allievi, presenze/assenze, voti e sintetico giudizio finale. Poi abbiamo realizzato un vero e proprio strumento di documentazione/condivisione. Lo abbiamo chiamato DIARIO ANNUALE DELL’INSEGNANTE e viene collocato, alla fine, nel Centro di Documentazione della scuola, chiamato “La Traccia”. Lo schema del diario è il seguente: vediamolo cercando di capirne i principi di fondo.

  1. 1. Programmazione Educativa di Istituto – Vanno qui riportati non tanto i “Programmi nazionali o ministeriali” (quelli già ci sono e sono un riferimento per tutti) bensì i temi di fondo su cui ogni collegio docenti (infanzia, primaria e secondaria) ha deciso di lavorare nel corso dell’anno.
  2. 2. Programmazione annuale di plesso – Ogni singolo plesso scolastico sceglie le proprie peculiari tematiche e attività su cui lavorare… al fine di concretizzare le idee di fondo dell’intero istituto.
  3. 3. Schemi delle scansioni periodiche – Ogni mese o ogni due mesi si schematizzano le attività più significati che verranno svolte in quel periodo.
  4. 4. Diario delle attività svolte e materiale “vivo” – È la parte più significativa del registro, in quanto diviene la memoria scritta di quello che si fa o si è fatto. Non deve essere – appunto – qualcosa di burocratico, ma qualcosa di narrativo. Un diario-cronaca-storia che, oltretutto, permetta una verifica delle attività che si sono fatte, anche da parte di genitori, dirigente scolastico e altri. Ogni insegnante può farlo quotidiano settimanale… o altro e inserire avvisi, giornalini, fotografie. Possono, se si vuole, metterci mano anche i ragazzi stessi. Il risultato: qualcosa di stupefacente. Provare per credere.

Una nota finale su come fare un “Repertorio di buone pratiche didattiche”, per lo meno a livello di Istituto. Anche questo è stato sperimentato! È sufficiente chiedere ad ogni insegnante (nella mia scuola erano più di 100) di descrivere in maniera sintetica, in mezza pagina di formato A4, una attività (una sola!) ben fatta nel corso dell’anno. Raccogliendo le attività in un fascicoletto (da distribuire e quindi condividere in ogni plesso scolastico) viene fuori un quaderno di 50 pagine con un centinaio di esperienze che altrimenti resterebbero nel “silenzio di ogni singolo insegnante”. Lo sforzo minimo di ciascun insegnante, per ottenere una carrellata di esperienze significative da condividere. Sburocratizzare è prima di tutto condividere.

 

Un movimento, una rete per una slow -school – I segnali sono chiari: sta nascendo una rete spontanea di genitori e insegnanti che chiedono a gran voce, per i loro figli e le loro figlie di rallentare, vogliono una “scuola più lenta”, una educazione “slow”, che rispetti i tempi dell’infanzia. Mi è parso naturale definire questo movimento, nato soprattutto dalla sensibilità materna, mamme per la lentezza. Ricevo settimanalmente mail di maestre e mamme che raccontano le loro esperienze, le loro preoccupazioni, la loro gioia nell’inseguire i ritmi della lumaca.
Mi giunge una e-mail firmata “una mamma preoccupata”. La maestra di matematica mi dice così…:”suo figlio è lento, è una lentezza mentale…” non so come approcciarmi a questo problema non so come risolverlo, ho fatto una visita dallo psicologo e mi ha detto che il bimbo è normale ed io non so come aiutarlo scusatemi se ho fatto questo sfogo ma leggendo su internet dell’elogio alla lentezza ho voluto lasciare questo messaggio se potete indicarmi il modo per aiutarlo è un bimbo intelligente ama la natura gli animali non interagisce molto con gli altri in classe perché spesso è distratto o semplicemente assente forse vaga con la mente poi se preso con durezza fa e le fa bene le cose spiegate però ovviamente fa fatica perché si perde nelle sue fantasie non so….come spiegare vorrei solo che avesse modo di esprimersi anche nello studio – E prosegue: – giusto per informarla meglio sulla situazione dato che lei è un esperto e mi può dire di più riguardo al metodo con cui mio figlio viene istruito, questa mattina ho chiesto alla maestra perché al bambino gli è stata tolta la verifica senza averla potuta terminare e lei mi ha detto perché era finito il tempo cioè 20 minuti e fa la seconda elementare ed è pure (magari un altro errore) anticipatario…le ho chiesto se può evitare di mortificare il bambino sottoponendolo a queste verifiche col tempo e magari evitare di dare a tutti un voto tranne lui dicendogli: “niente”….cioè nessun voto. E mio figlio, a casa, mi ha chiesto..”mamma cosa è meglio niente o male?” Io gli ho detto che era meglio un male per aver fatto 2 risposte su 8 che un niente considerando che qualche risposta l’aveva data….”-.

Mamme per la lentezza – Un’altra mamma mi scrive e racconta del libro LA PEDAGOGIA DELLA LUMACA. -: Ne ho acquistato 4 copie, una da regalare a me, le altre le ho regalate a tre mamme con cui adoro confrontarmi… Ieri ho letto il capitolo sull’uso/abuso di fotocopie…diciamo che mi sto proprio gustando questa passeggiata. Questo libro è arrivato al momento giusto, come tutti gli incontri del resto. Per certi versi trovo riscontri a bisogni che sentivo dentro per altri versi mi sto ripensando. Penso comunque, e questo mio pensiero è l’oggetto del “contendere” con le altre mamme, che per “cambiare il mondo” bisogna prima di tutto tendere noi al “diverso”, alla bellezza, al riappropriarci della nostra essenzialità. Altrimenti finiamo per vivere una vita non nostra, con ritmi non nostri, inseguendo miraggi abilmente precostituiti e costruiti da altri. Le altre mamme se da un lato riconoscono la bellezza di una vita da lumaca, dall’altro ritengono fondamentale “adeguarsi” alle richieste della nostra società per non finire come “a-sociali” e dunque come emarginati. Ho due bambini, di 10 e 7 anni, insieme a loro ho scoperto e sto scoprendo il senso di una vita che mi scivolava addosso e che adesso invece vivo. Lentamente

Piccoli ma chiari esempi – Mi scrive Sandra Rompianesi della sua esperienza di pedagogista e maestra. “Si tratta di inventare un ritmo nuovo, lento. Un nostro modo di essere che preveda la sosta, che crei spazio alla solitudine buona, una solitudine che permette di stare bene con se stessi anche non facendo niente. Quando ho ripreso a lavorare con i bambini della scuola materna li ho trovati veramente “centrifugati” dalla vita, come del resto anche i loro genitori, “fuori di loro”… iperattivi…incapaci di ascoltare…impermeabilizzati all’esperienza… dipendenti dalla tv… (ovviamente esagero un po’).
Quello che era il mio percorso personale mi diceva che poteva essere una cosa buona anche per questi piccoli: camminare sulla pista della lentezza, rallentare per assaporare.


Come concretizzare queste idee? Ho tentato alcune esperienze (piccole cose) che ho proposto ai bambini e che sono diventate irrinunciabili per gli effetti benefici che hanno su di noi e su di loro. In queste esperienze, credo che il ritmo sia molto importante, perché ti permette insieme alla costanza nel tempo di vivere la familiarità e più un’esperienza è familiare e più ci stai bene dentro.

1. il silenzio buono: ogni giorno con i bambini riuniti ci gustiamo alcuni minuti di silenzio “buono, buono”.
2. la sosta: almeno una volta alla settimana il gruppo dei bambini si dedica a questa esperienza di fermata: raccogliamo  le voci in  un anfora e in silenzio, tolte, le scarpe raggiungiamo uno spazio della scuola libero; penombra musica lenta e dolce ( può esserci un aroma nell’aria, arancio, limone, vaniglia ecc..alcune candele) rallentiamo i movimenti fino a fermarci ad ascoltare lungamente il nostro corpo; sfioriamo lievemente le varie parti del corpo per appropriarci di esse….a volte usiamo anche materiali naturali (piccoli percorsi sensoriali ad esempio con lenticchie, fagioli, piccole foglie).

3. le parole dolci: settimanalmente nel cerchio ricerchiamo parole dolci da dire alle persone care, amici, parenti, animali, elementi naturali.
4. bolla di sapone e sfera di cristallo: all’inizio della settimana e alla fine mettiamo in una grande bolla di sapone (immaginaria) tutte le lacrime, le sgridate, le tristezze, le delusioni… Questa viene poi spinta fuori dalla finestra. Nella sfera di cristallo mettiamo i baci, le coccole, le carezze, e viene messa in tasca e custodita.

5. attività inutili: ascoltare la pioggia, ascoltare il vento, raccogliere sassi, riempire e svuotare le tasche di un monello, costruire istallazioni con materiale naturale all’aperto, lanciare palline di terra e semi con la fionda, costruire acchiappa tutto da posizionare all’aperto, tessere o disfare le tele, sgranare legumi, intagliare bucce di agrumi.

6. la poesia: sempre più spesso uso la poesia dei grandi poeti come momento particolarmente intenso e lento dove vedo i bambini trasfigurati dai versi che ripetono, dove imparano a sussurrare.

A pedagogia dos caracois – Ho voluto conoscere Rubem Alves, con cui condivido da anni l’esperienza di scrivere in una rivista di intercultura, senza però averlo mai conosciuto. Mi reco a casa sua, a circa 100 chilometri da San Paolo, in Brasile. Gli porto un po’ di mie pubblicazioni e lui mi fa dono delle sue. Scopriamo in quel momento che anche lui ha appena pubblicato (fresco di poche settimane) un libro (in portoghese) con stesso titolo del mio: A PEDAGOIA DOS CARACOIS. Si era ispirato al titolo dell’articolo uscito su CEM Mondialità nel 2003 con cui, per la prima volta, ho affrontato il problema.

Elogio della educazione lenta – Intanto in Spagna, il maestro catalano Joan Domènech Francesc ha pubblica un libro dal titolo ELOGIO DE LA EDUCACIÓN LENTA. Un testo che nasce dalla sua pratica di maestro, dalla sua esperienza didattica. Joan definisce i 15 principi per una educazione lenta e poi snocciola 50 idee per “decelerare” il tempo. Esempi concreti, suggerimenti offerti alle scuole e alle famiglie. Joan rilancia più volte il suggerimento di Maurice Holt “è ora di cominciare il movimento della scuola lenta” .

Le idee, le sensibilità viaggiano al di la delle distanze: è un lento movimento per una educazione e una scuola.

I GIUSTI

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges

CASA – Rubem Alves, col quale condivido la collaborazione nella rivista di intercultura Cem Mondialità, ha scritto un libro sulla possibilità di concepire il costruire e il vivere la casa come un eccellente itinerario didattico e pedagogico. Il suo sito internet ha come titolo: La casa di Rubem Alves. Quello del “vivere la casa come fosse una scuola” è una idea originale, che forse qualcuno sta già applicando o che qualcuno vorrà sperimentare. Mi auguro che la collana di CEM-Mondialità ospiti in futuro la traduzione in italiano di questo libro.

CASO – Nei miei viaggi per il mondo sono stato spesso accompagnato dal caso. E il caso mi ha portato in luoghi affascinanti, unici, gradevoli. Luoghi in cui stare era immediatamente piacevole. Fra tutti questi, i luoghi in cui maggiormente mi sono sentito bene sono quelli dove in qualche modo viene esaltata la cosiddetta “terza pelle dell’uomo”, che dopo la propria epidermide e il vestito, è la casa.

CASE – Mi piace ricordare alcuni di questi luoghi.

  1. La casa di Hundertwasser. Nel pieno centro di Vienna, in mezzo ad una città in stile liberty, a cavallo fra il classico e i moderni e spersonalizzanti grattacieli, da una ventina d’anni è una presenza viva la “HundertwasserHaus”. Forme arrotondate, niente “linea retta”, colori, mattoni che hanno una storia, il pittore ecologo e medico degli architetti (come osava dire lui) ha lasciato una traccia viva di un modo di vivere piacevole. E mi verrebbe da definirlo “a misura di bambini”, quindi di tutti!
  2. Le case di terra sulle Ande del Perù. Qui la terra, la terra cruda, è l’elemento primo con cui le persone si “auto-costruiscono” la propria casa. Mi riferisco, in prevalenza, alle case contadine, quelle con un bel tetto di “ichù” (una erba molto forte dell’altipiano) e realizzate o con gli “adobes” (mattoni di terra cruda) o con il metodo dei “tapiales” (cassoni riempiti di terra battuta). Sono case con spigoli levigati da mani callose e anche il letto è di terra.
  3. Santorini. Un luogo magico, le case bianche che si accavallano l’una sull’altra con le cupole semisferiche di un azzurro vivo.  È l’immagine che spesso viene usata dalle pubblicità sulla Grecia. Qualcuno dice che a Santorini esistesse la storica città di Atlantide… poi inghiottita dal mare. L’architetto svizzero Le Corbusier fu estremamente impressionato da questa architettura vernacolare, al punto da introdurne alcuni elementi nei suoi progetti.
  4. Sidi Bu Said. A pochi chilometri dall’antica Cartagine, in Tunisia, Sidi Bu Said è per definizione la città degli artisti. Anche qui dominano unicamente il colore bianco dei muri e l’azzurro di porte e finestre. Una città che si affaccia dall’alto sul Mar Mediterraneo e dove gli artisti plastici trovano la loro fonte di ispirazione.
  5. Casapueblo. In Uruguay, a 100 chilometri da Montevideo c’è Punta Ballena. Qui l’artista Carlos Páez Vilaró realizza una casa-atelier-museo-albergo-ristorante “in contrasto netto contro la linea e gli angoli retti, cercando di umanizzare la sua architettura, facendola più dolce e utilizzando l’idea del forno del pane”. Il risultato: un affascinante e poetico luogo di tranquillità, adagiato come un grande gatto che dorme, di fronte al mare offerto dal Rio de la Plata.
  6. Alberobello. Quanto sono in giro per il mondo e mi chiedono dell’Italia e delle sue bellezze, si va spesso a parlare di mare, di città d’arte, di Roma. Poi immancabilmente si finisce a parlare di Venezia, la città “meraviglia del mondo”. Ma io aggiungo sempre che c’è un altro luogo incredibilmente unico e speciale in Italia: Alberobello. I suoi trulli, le decorazioni, i pinnacoli, le pietre… sono qualcosa di rara meraviglia.

 CASINE –  A Cesena c’è il luogo in cui si producono le “casine”: qui è di casa un profondo sentire che io definisco magico. Tre educatori del Centro di Formazione Lavoro dall’En.A.I.P animano questo spazio di lavoro
 rivolto a persone disabili. Il loro lavoro è quello di coordinare “il flusso di creatività dei ragazzi, incanalandolo in processi produttivi che riescono ad utilizzare anche quelli che potrebbero essere definiti errori di esecuzione, trasformandoli così in elementi caratteristici e di pregio del manufatto”.  Le casine di legno sono il frutto di questa loro attività. Meravigliosi oggetti d’arte e di arredamento. Fra gli operatori c’è l’amico – Carlo Cola –  pittore di gran classe. Scopriamo due anni e fa di essere stati anche a scuola insieme, in 5° elementare. Carlo ha una idea: arrivare con i suoi ragazzi nell’atrio delle scuole, montare una grande casa e “insieme a loro” mettere in piedi l’atelier… giocando, lavorando, dipingendo e costruendo. Una maniera unica per fare formazione e per educare le nostre scuole a non escludere nessuno – anzi – a valorizzare i talenti di ciascuno.

CASINE.IT – Per i curiosi: http://www.casine.it

 

Sono stato invitato pochi giorni fa ad un incontro nel Comune di Belo Horizonte, sulla esperienza di una scuola d’infanzia. Ero convinto che l’incontro fosse in municipio, ma invece risultava essere a decine di chilometri di distanza. Ho deciso allora di rinunciare alla riunione e di dedicarmi alla ormai rara “arte di girovagare per la città”, sbirciando fra le vetrine e curiosando nel piccoli negozi. Sono entrato in una minuscola bottega. Sembrava una biblioteca di strada. Poi mi sono reso conto che non era affatto una biblioteca, ma una libreria, un piccolo negozio di libri e dischi in vinile usati.

Non avendo più impegni mi sono dedicato a curiosare. Sono stato subito attratto dallo scaffale-settore di libri di pedagogia, e due di questi mi hanno chiamato. L’autore del primo è di A.S. Neill, il fondatore della famosa scuola democratica inglese di Summerhill. Il titolo è intrigante: DIARIO DI UN MAESTRO. In copertina una frase che ci indica il tema di fondo: Riflessioni di un educatore idealista intorno alle regole educative nate dalla burocrazia e che non tengono conto delle reali obiettivi della educazione”. Il secondo è di Paulo Freire e Antonio Faundez. Anche per questo sono attratto dal titolo: PER UNA PEDAGOGIA DELLA DOMANDA. Non è il classico testo accademico, ma la trascrizione di un lungo dialogo fra l’autore brasiliano noto per la cosiddetta Pedagogia degli Oppressi e un filosofo cileno esiliato in Europa ai tempi della dittatura di Pinochet. Un modo aperto di fare un libro, un “botta e risposta” realizzato nella consapevolezza che anche uno stile orale, leggero, affettivo è qualcosa di molto serio e rigoroso. Pedagogia della Domanda mi riporta a Daniele Novara, che negli anni scorsi, con i suoi scritti sulle “domande legittime e illegittime”, ci aveva introdotti sul tema dell’importanza del come si fanno domande.

Non mi sono ancora avventurato nella lettura dei due testi e subito vengo folgorato da una classe di bambini e bambine della scuola d’infanzia, con i quali mi trovo a condividere la visita un una delle affascinanti grotte dello stato del  Minas Gerais. La guida illustra ai bambini la riproduzione identica di uno scheletro di un animale preistorico presente nella grotta: una via di mezzo fra un cavallo, un lama e una giraffa. La guida non ha ancora terminato la presentazione che una selva di mani si alza dai bimbi e dalle bimbe. E inizia una raffica di domande.

Curiosità…, perché…??, ma dove…??, e allora…??

Ripenso ad un anno fa quando andai in Repubblica Ceca con i ragazzi della Scuola Media per una settimana di gemellaggio. Il Preside della scuola ceca, che aveva presentato l’organizzazione e i progetti della scuola, chiese ai nostri ragazzi: “…e adesso fate voi delle domande!” La risposta fu “il silenzio più assoluto!”. Cosa succede nelle nostre scuole?? Perché i bimbi della materna sono pedagogicamente avanzati e sanno fare domande e man mano che si cresce si perde questa attitudine fondamentale all’apprendimento? Spesso nelle nostre scuole italiane è ancora in vigore la pratica didattica della “spiegazione”, “studio individuale” “interrogazione-interrogatorio”.

E nell’interrogatorio ci si vuol sentir ripetere ciò che precedentemente è stato raccontato. L’unica volta che nella mia carriera da Dirigente Scolastico ho assistito in diretta ad una lezione di un docente (e assicuro chi legge che è imbarazzante sia per il professore, sia per il preside!) mi sono ritrovato ad ascoltare, durante l’interrogazione, frasi del tipo “… ma è proprio questo che io ho detto quando vi spiegavo questo argomento?”. “… allora si vede che non sei stato attento: a cosa pensavi!”.

È forse questo educare alla creatività? Far crescere coscienze critiche?

Proviamo insieme a ripensare a quelle volte che per conoscere o sapere qualcosa, abbiamo domandato. La risposta di sicuro l’avremo incamerata e sarà diventata subito nostra! Motivazione, interesse, curiosità, tre molle importanti per apprendere.